ll gelo di Coira non era un semplice freddo, era una morsa di ferro.
Quell'inverno del 1828, il nonno – allora un giovane di appena ventiquattro anni, con lo sguardo ancora smarrito nel fallimento della sua casata – strinse i denti sotto un cielo grigio che minacciava perenne tempesta. Il suo patrimonio era svanito, le porte dei notabili gli erano state chiuse in faccia e il silenzio dei suoi concittadini era diventato insopportabile. In quella solitudine, il bando di arruolamento nel Reggimento Svizzero a Napoli gli parve non una scelta, ma l'unica via di fuga possibile.
Partì nel cuore dell'inverno.
I suoi stivali affondavano in una neve rigida, ghiacciata, che scricchiolava come vetro sotto i passi. Ogni metro verso sud era un pezzo del suo vecchio mondo che si staccava da lui. Attraversò vallate coperte di ghiaccio e sentieri battuti dal vento, seguendo le antiche vie che da secoli collegavano i Grigioni alla penisola italiana.
Quando raggiunse Chiavenna, avvertì per la prima volta una sensazione nuova. Le montagne erano ancora le stesse, severe e maestose, ma qualcosa era cambiato. Cambiava il modo di parlare della gente. Cambiavano le insegne delle locande. Cambiavano le voci nelle piazze.
Non comprendeva ogni parola, ma riconosceva il suono dell'italiano.
Era una lingua diversa dal tedesco dei suoi villaggi. Più morbida. Più musicale. Più veloce.
Per la prima volta ebbe la sensazione concreta di stare entrando in un altro mondo.
Proseguì verso Milano, attraversando il Regno Lombardo-Veneto, allora governato dagli austriaci. La città lo impressionò. Era ordinata, elegante, attraversata da carrozze e da soldati in uniforme imperiale. Le autorità parlavano tedesco, ma nelle strade, nei mercati e nelle osterie si sentiva ovunque la lingua italiana.
Fu lì che iniziò ad ascoltarla davvero.
Seduto accanto ai mercanti nelle locande, cercava di cogliere il significato delle conversazioni. Imparava parole nuove quasi senza rendersene conto. Pane. Vino. Strada. Mare.
Soprattutto mare.
Una parola che ritornava continuamente e che per lui aveva ancora il sapore del mistero.
Riprese il viaggio verso occidente. Le campagne lasciarono gradualmente spazio alle colline liguri e, dopo giorni di cammino, apparve Genova.
Fu lì che accadde il primo miracolo.
Mentre scendeva verso la città, il paesaggio iniziò a mutare. Il bianco accecante delle Alpi cedette il passo a un cielo che, per la prima volta dopo mesi, osava tingersi di un azzurro terso. L'aria si fece più mite e il vento non portava più soltanto l'odore della neve.
Quando vide il mare, rimase immobile.
Davanti a lui si apriva una distesa sconfinata che sembrava fondersi con il cielo.
Non aveva mai visto nulla di simile.
Il giovane grigionese che aveva conosciuto soltanto il respiro freddo delle montagne sentì il cuore accelerare. L'aria sapeva di sale, di legna bruciata, di viaggi e di terre lontane.
Genova apparteneva al Regno di Sardegna e il suo porto sembrava contenere il mondo intero. Marinai, commercianti, soldati e viaggiatori provenienti da ogni angolo del Mediterraneo si incrociavano sulle banchine in un continuo movimento.
Fu lì che salì a bordo della nave diretta verso Napoli.
Durante la navigazione trascorse molte ore sul ponte. Osservava il mare e pensava alla vita che stava lasciando alle spalle. Davanti a lui non vi era soltanto una nuova occupazione, ma un destino completamente diverso.
Aveva sentito parlare di Napoli fin da ragazzo.
Nei Grigioni quel nome era conosciuto da generazioni. Molti giovani svizzeri erano partiti per servire i Borbone nei Reggimenti Svizzeri e le loro lettere tornavano raccontando di una città immensa, luminosa, popolosa, diversa da qualsiasi altra d'Europa.
Napoli.
Quel nome aveva accompagnato la sua immaginazione per anni.
Ora stava per diventare realtà.
Quando la nave entrò nel Golfo di Napoli era l'inizio di febbraio.
Il giovane soldato rimase senza parole.
Non c'era traccia dell'inverno che aveva lasciato alle sue spalle.
C'era il sole.
Un sole intenso che sembrava nascere direttamente dal mare.
C'era una luce vibrante che illuminava le case, le colline e il profilo del Vesuvio, immobile e maestoso come un guardiano antico.
Appena sbarcò fu investito dalla vita.
Il vocio dei mercanti. Le urla dei venditori ambulanti. Il rumore delle carrozze. L'odore del mare mescolato a quello del pane appena sfornato e della legna bruciata.
Si sentiva straniero.
Eppure, per la prima volta dopo molto tempo, non si sentiva solo.
Si presentò al comando del Reggimento Svizzero, dritto, con l'uniforme ancora sporca del lungo viaggio ma con lo sguardo acceso dalla meraviglia.
Il colonnello lo osservò attentamente.
Vide un giovane alto, robusto, temprato dalle montagne e dalla fatica.
Il suo nome fu registrato nei ruoli del Reggimento.
In quell'istante il nobile decaduto dei Grigioni cessò di esistere.
Nacque il soldato.
Nacque l'uomo che, tra le mura della caserma e le strade di Napoli, avrebbe scoperto che il destino può condurre un uomo molto più lontano di quanto egli stesso abbia mai osato immaginare.
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