Lo scandalo era una ferita aperta. Il colonnello, custode dell'onore familiare, fu risoluto: il nonno di Heidi doveva sparire. Il verdetto era senza appello: congedo forzato ed esilio. Il suocero gli consegnò Tobias, rifiutandosi di permettere alla figlia di seguirli. Il bambino, a soli sei anni, fu strappato alla madre senza un ultimo saluto.
Era il settembre del 1839, i giorni della Festa di Piedigrotta. Mentre il nonno di Heidi si dirigeva verso il porto, Napoli risuonava della musica più celebre dell'epoca: "Te voglio bene assai". La sua origine era allora, come oggi, oggetto di accesi dibattiti. Sebbene la tradizione popolare la legasse spesso a Gaetano Donizetti, gli storici della musica come De Mura e De Rubertis hanno chiarito che, nel 1839, il maestro si trovava a Parigi, avendo lasciato Napoli nell'ottobre del 1838 dopo il tragico lutto della moglie e della figlia. Molti studiosi ritengono quindi più probabile che la musica fosse stata composta dal maestro Filippo Campanella, amico e compagno del poeta Sacco. Indipendentemente dall'autore, il successo fu un fenomeno senza precedenti: in pochi mesi furono distribuite ben 180.000 copielle, ovvero gli spartiti e le parole stampati su foglio che il nonno di Heidi sentiva cantare ovunque, un grido struggente che suonava come il lamento definitivo di un esilio senza ritorno.
Il viaggio fu un pellegrinaggio amaro: da Napoli verso Genova, poi attraverso la Lombardia, fino a risalire verso il freddo dei Grigioni, portando con sé solo il piccolo Tobias. Al suo arrivo in patria, la storia del suo passato giunse distorta: si sapeva che aveva ucciso un uomo in una lite e che aveva lasciato una sposa nel Sud, ma nessuno conosceva la verità.
Anni dopo, il destino volle che questa storia si intrecciasse in modo misterioso con ciò che avrei poi visto, molto tempo dopo, nel cartone animato di Heidi. Nella serie animata, infatti, appare una donna di Salerno, cieca e smarrita, che giunge in Svizzera; il nonno, in quel momento, fa finta di non riconoscerla. La mia intuizione è che quella scena sia il riflesso distorto del mio romanzo: nel racconto, infatti, quella donna era proprio la sposa che il nonno aveva dovuto abbandonare a Napoli. Quando, anni dopo, lei riuscì a rintracciarlo fin sulle montagne, lui scelse di non rivelarsi. Guardandola, con il cuore che gridava il suo nome, il nonno rimase in un ostinato e straziante silenzio, facendo finta di non conoscere quella donna che, per colpa dello scandalo e delle leggi di allora, era diventata per lui un fantasma del passato. Restò lì, immobile, mentre lei passava oltre nel suo buio, portando con sé l'ultimo legame con quel mare di Napoli che il nonno non aveva mai smesso di piangere.
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